Alessandro Benetton
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Alessandro Benetton, consigli per un Paese normale

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Favorire la crescita, coinvolgere i giovani, rifare la giustizia, Alessandro Benetton non si candida. Ma ha le idee chiare sull’Italia che vorrebbe

A Ponzano Veneto, quasi Treviso, al di là della sbarra che separa il microcosmo Benetton dal resto del mondo, ci sono le provinciali calcate dai camion, i prefabbricati tutti uguali, le villette a schiera, le dancing school eredi delle balere, la rabbia degli imprenditori macerati dalla crisi e dal ricordo di quando questa regione era tra le più ricche e produttive d’Europa. Al di qua, a Villa Minelli, la sala comandi del Benetton Group, gli uffici sono immersi nel silenzio operoso di un pomeriggio che precede la presentazione della campagna primavera-estate 2013. Prima dell’appuntamento parigino con la stampa internazionale, Alessandro Benetton, figlio del fondatore Luciano, dallo scorso aprile presidente, scelto dalla famiglia per guidare e rilanciare l’azienda di domani, parla in esclusiva con “A”. Nel suo ufficio al terzo piano, in maglioncino rosso, camicia azzurra e sorriso aperto, mostra il primo stabilimento Benetton. Si vede allungando lo sguardo alla finestra, oltre il giardino. Quando nacque il Benetton Group era il 1965 e le banche ti prestavano i soldi per tentare l’impresa. “Oggi è un’altra era. Le faccio un esempio, a Castrette, poco lontano da qui, c’è il nostro centro operativo. Lì arrivano i prodotti finiti, da indirizzare ai negozi. Questa centralità è sempre stata un punto di forza del gruppo, ma va ripensata. In un’epoca di consumi istintivi e momentanei bisogna essere veloci, valorizzare la tradizione ma saperla reinterpretare. È anche lo spirito della nostra comunicazione”.

Dopo Unhate e Unemployee of the year, due campagne istituzionali, questa è la sua prima campagna moda. L’avete chiamata United colors of diversity. Alessandro Benetton, perché colori e perché diversità?

Alessandro Benetton: “I colori da sempre sono il marchio distintivo dell’azienda. Per la prima volta li abbiamo abbinati a un concetto ripreso da Unhate: la diversità, declinata attraverso le personalità dei testimonial, differenti per etnia, cultura, sessualità”.

Sui cartelloni si vedono una “it girl”, un modello disabile, un’indossatrice brasiliana transessuale…

Alessandro Benetton: “Li abbiamo scelti perché sono giovani figli delle loro passioni e convinzioni, hanno capito cos’è la libertà, quella che rompe gli schemi. Ciascuno di loro porta avanti una battaglia. Sono un invito a giocarsi la propria partita”.

Un invito per i giovani italiani?

Alessandro Benetton: “In tempi bui come questi è importante guardare a chi ha navigato contro corrente per affermare la propria idea e diventare riconoscibile nella massa”.

Immagini di svegliarsi una mattina del 2013 e avere 30 anni. Come si sente?

Alessandro Benetton: Non bene. Questa è una generazione bloccata, ai trentenni di oggi sta succedendo qualcosa che non era previsto: arrivi alla fine del tuo percorso, hai preso una laurea, il master, hai seguito i consigli di chi era più avanti di te e ora scopri che non serve a niente. Che nessuno sa indicarti una via alternativa. Psicologicamente è un dramma. Sono sicuro che i nostri ragazzi ne usciranno, ma a che prezzo? Quello che non può essere cancellato è questo senso di impotenza e frustrazione, di tradimento”.

Non si cancella nemmeno un dato: 37%, la disoccupazione giovanile oggi. Alessandro Benetton, come si può batterla?

Alessandro Benetton: “Bisogna cercare le occasioni anche dove sembra non ce ne siano, vedere le opportunità dove nessun altro le scorge. Attenzione, non vuol dire essere choosy, esattamente il contrario. Non andare subito alla ricerca di un contratto, di un percorso catalogato, ma inseguire uno spunto, che ti porti a imparare di più, anche quello che non immaginavi”.

Il 24 febbraio si vota. Cosa mette nell’agenda Alessandro Benetton per l’Italia?

Alessandro Benetton: “Favorire la crescita. Ripensare parametri come il pil. Non è più accettabile. Più partecipazione: le nuove idee devono venire dai giovani, coinvolgeteli. Ho ammirato quelli che sono scesi in piazza a protestare. Hanno portato a galla molte verità, Per esempio che non si investe abbastanza nell’istruzione”.

Come le è sembrato l’avvio di campagna elettorale?

Alessandro Benetton: “Siamo partiti con toni troppo antichi per dare reali segnali di incoraggiamento al Paese. Ma, al di là di chi vincerà, io sono ottimista. Come accade nello sport, spesso all’ultima curva c’è il sorpasso. Spesso nel sorpasso della ragionevolezza. Spero che emerga chiaro l’impegno di chi governerà a far diventare l’Italia un Paese normale”.

Non lo siamo?

Alessandro Benetton: “Non abbiamo mai sentito la necessità di diventarlo fino in fondo. Per dire: abbiamo un sistema giuridico che fa spavento, disegnato per le eccezioni, per difendere le furberie.”

È quasi un programma. Non si candida?

Alessandro Benetton: “Non mi candido perché faccio un altro mestiere. Però è dovere dei cittadini dire come la pensano. Se ci troviamo in queste condizione è perché tutti abbiamo sempre creduto che i problemi riguardassero gli altri”.

Una ricerca Istat dice che per arrivare alla parità uomo-donna ci vorranno ancora quarant’anni.

Alessandro Benetton: “Io vorrei vivere in un paese dove la parola parità non viene più pronunciata perché non se ne sente il bisogno, dove non ci si pone il problema delle quote rose, dove mi presentano un curriculum senza specificare il sesso del candidato, dove valgono solo attitudini e merito. Io mi sono sempre trovato bene a lavorare con le donne. La rotondità del pensiero femminile completa quello maschile”.

Problemi con capi donna?

Alessandro Benetton: A casa hanno la maggioranza le donne: due contro tre (la moglie Deborah Compagnoni e i figli Agnese, Tobias e Luce). Ma sono contento che siano loro a decidere, mi rilassa”.

Un modello femminile per le italiane?

Alessandro Benetton: Non mi piace l’idea del modello, né quello superdonne dipinte sui giornali che fanno tutto, vogliono tutto e hanno tutto. Ma sono davvero felici? Secondo me è più moderna una donna che vive senza sensi di colpa, che si inventa un ruolo e lo fa suo. Non so se il modello di Hillary Clinton vada bene per una ragazza italiana, così come non giudico negativamente chi lascia la carriera per dedicarsi a crescere i figli. Si può essere realizzate come imprenditrici, ricercatrici, operatrici sociali o come madri.

Alessandro Benetton, il concetto di famiglia è importante per lei?

Alessandro Benetton: “Sulla famiglia abbiamo costruito l’Italia: la piccola impresa è nata grazie alla cultura della famiglia, del sacrificio, della lungimiranza. Poi abbiamo buttato via tutto negli ultimi venti anni”.

In Francia si scende in piazza contro le unioni gay.

Alessandro Benetton: “Io ho un’idea tradizione di nucleo famigliare, ma se il mondo va da quella parte non vedo chi si possa arrogare il diritto di dire “non è giusto”. Chi gestisce la res pubblica deve tenerne conto”.

Che cosa insegna ai suoi figli?

Alessandro Benetton: “Rispetto per l’altro da sé, seguire le passioni: sei autorizzato a far tutto, tranne a essere svogliato”.

Sul suo blog, Each time a man, scrive di economia, sport e arte. Anche questa è una passione?

Alessandro Benetton: L’arte è dialogo, sguardo sul futuro, sulle diversità. Vede che torna il tema? Tra le mie mete preferite c’è un Fiore di Marc Quinn. Piace anche ai bambini: giocano a spartirsi i quadri in casa, ma quello lo vogliono tutti e tre”.

Guardano la tv?

Alessandro Benetton: “Solo partite di calcio per Tobias e pattinaggio su ghiaccio per Agnese. Io tg e sport”.

Se a 18 anni volessero andare all’estero?

Alessandro Benetton: “Benissimo, purché sappiano che casa è qui. Le radici sono importanti. Parti veramente solo quando sai dove tornare”.

FONTE: Anna
AUTORE: Francesca Gambarini

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